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Il libro “Vite in Polvere”

Cronache quotidiane di uno sbirro antidroga in prima linea sulle strade di Milano

 

 

Autore: Angelo Langè

Editore: Associazione La Strada

Prima pubblicazione: 25/07/2013

Genere: True Crime – 213 pagine

 

 

Presentazione a cura del prof. Giacomo Merlo

Angelo Langè ha scritto questo libro di storie di droga metropolitane dieci anni fa, spinto dal bisogno di raccontare non solo il suo lavoro ma anche il mondo dello spaccio e dei cosiddetti consumatori. Aveva uno scopo primario, quello di spiegare ai giovani che l’uso di droga non crea né eroi né favorisce l’espressione di talenti. Sicuramente la droga ti rovina la vita, ti degrada, ti fa ammalare, ti distrugge, in altri termini “la droga ti fotte”. Questo era anche il sottotitolo presente nella prima edizione presso Rizzoli. A distanza di dieci anni, ripubblicare il libro significa reimmergersi in una realtà a dire il vero poco cambiata. Quello di Langè è un racconto di fatti reali nei quali ben poco s’intreccia la fiction se non per proteggere la privacy e la sicurezza di qualche protagonista o comprimario.  I fatti raccontati nella prima edizione sono ancora attualissimi. Il consumo di droga purtroppo ha una sua drammatica e ineluttabile fissità. Cambiano parzialmente i modi di assunzione (oggi raramente l’eroina viene iniettata in vena, si preferisce fumarla) e si modificano le tecniche di comunicazione nelle reti perverse del consumo e dello spaccio, ma Il variegato mondo di venditori e consumatori non cambia. Essi vestono abiti diversi e viaggiano in auto e moto contemporanee, ma vivono, come dieci anni fa, negli alloggi delle periferie degradate di Milano o nel centro, in case prestigiose, e appartengono a tutte le classi sociali.  Non è cambiata neppure la piramide che sta dietro al mercato delle sostanze stupefacenti. Sopra le mafie, che gestiscono l’importazione e il mercato all’ingrosso, sotto gli intermediari e gli spacciatori al minuto, siano essi marocchini, africani provenienti da vari stati, albanesi o italiani. Anche i luoghi di spaccio sono gli stessi. I campi dove i marocchini vendono eroina e cocaina si sono spostati dall’estrema periferia di Milano ai paesoni dell’’hinterland. Solo una cosa è mutata in modo drammatico, nonostante gli sforzi che magistratura e forze dell’ordine fanno ogni giorno per contrastare il fenomeno: il numero dei morti per droga.

Il consumo di sostanze stupefacenti fra giovani e meno giovani si è poi esteso a macchia d’olio per tutta la penisola, mentre l’ecstasy rimane una pericolosissima mina vagante a basso costo presente soprattutto nelle discoteche. Se Milano, Torino e Roma restano le grandi piazze dello spaccio, ormai anche i piccoli centri hanno i loro punti di riferimento, più discreti e nascosti, perché in provincia è difficile consumare e vendere senza dare nell’occhio. Ma oggi, rispetto a dieci anni fa, internet e i social sono indubbiamente più potenti, diffusi e invasivi, e gli smartphone consentono una connessione facile e costante, con la conseguenza che la droga oggi si diffonde sempre di più attraverso le chat. Tale situazione rende più complicato Il lavoro d’indagine e contrasto da parte delle forze dell’ordine .

Da quando è stata istituita la squadra antidroga di cui fa parte, Langè continua a lottare con i suoi colleghi e amici. Hanno arrestato centinaia di spacciatori sequestrato quintali di sostanze stupefacenti di ogni tipo e centinaia di migliaia – se non milioni – di euro guadagnati in modo illegale. Ma il problema resta.  Come Langè ha sempre sostenuto in molti incontri con gli studenti, le vittime della droga sono vittime soprattutto di loro stesse. Tanti drogati, ma anche molti spacciatori, sono convinti gli uni che a loro non capiterà mai di essere dipendenti, gli altri in maggioranza pensano che la faranno sempre franca o, peggio ancora, che il loro sia un modo un po’ diverso di guadagnarsi da vivere, senza che li sfiori minimamente il pensiero di essere venditori di morte. Una beata incoscienza che rasenta la stupidità.

Con le sue storie scritte con un ritmo che molti scrittori vorrebbero possedere, un ritmo insieme cinematografico e celiniano, Langè vuole dire ai lettori, e in particolare ai ragazzi, che la droga ti annichilisce e ti riduce in schiavitù. Soprattutto che ti depriva dei tuoi sogni e soffoca i tuoi talenti. La ricerca del falso benessere indotto dalla dipendenza fa in modo che la scimmia rimanga aggrappata alla tua schiena e ti domini incontrastata. La solitudine, la rovina, il degrado e il rischio di morte sono le uniche reali compagne di viaggio del tossicodipendente, il quale può uscire da questa condizione solo con uno sforzo sovrumano. Consapevole della gravità di una situazione che ha tutti i giorni sotto gli occhi, raccontare per Langè è un imperativo morale rivolto a coloro che si drogano per indurli a riflettere e a intraprendere il difficile cammino dell’uscita dalla dipendenza.  Il suo messaggio è inoltre rivolto a tutti i giovani affinché siano consapevoli dei rischi che corrono facendo uso di droghe.

Queste sono le ragioni per cui si è voluta realizzare una nuova edizione di questo libro, sapendo anche che questi racconti per molti aspetti sono controcorrente, oggi come dieci anni fa. Per Angelo Langè non ci sono infatti indulgenze verso le droghe leggere. Pur riconoscendo la maggiore gravità del consumo di cocaina, eroina ed ecstasy, sembra dirci attraverso le sue storie e le sue riflessioni – che spesso si inframmezzano alla narrazione in un incalzante monologo interiore – che anche la cosiddetta maria è molto pericolosa. Proprio perché meno costosa e più facilmente reperibile, è comunque un rischio in quanto apre molte volte la via che porta a sostanze più pesanti. Benché non sia sempre così, vale la pena correre il rischio?

Inoltre, raccontare storie di droga è più difficile in tempi in cui, il mafioso, il delinquente, il malvagio sono spesso trasformati in eroi dal cinema, dalla televisione e, purtroppo, anche dalla letteratura. Per Langè sia l’uso sia la vendita della droga sono comunque, anche se in diversa misura, da condannare.  Da parte di un rappresentante delle forze dell’ordine che conosce bene la tipologia di criminali che frequenta per lavoro, non c’è tuttavia una frettolosa e manichea condanna nei confronti degli spacciatori. Quelli che arresta sono persone con le loro contraddizioni e i loro problemi, le loro storie personali. Nel momento in cui deve fare il suo dovere, egli si avvicina a loro, cerca di capire i perché del loro comportamento. Gli spacciatori sono comunque uomini e come tali vanno rispettati. Tuttavia, il fascino del male è completamente estraneo alla narrativa di Langè, benché a volte i toni del racconto siano cupi e il male sia presente in molte forme. Il senso di realtà unito alla considerazione critica dei danni che la droga determina fa in modo che il comportamento degli spacciatori sia condannato senza attenuanti perché contribuisce al fatto che alcune vite finiscano in polvere. Non può essere mai giustificabile una persona che agisce senza curarsi del fatto che il suo comportamento potrebbe danneggiare la salute o addirittura distruggere una vita di un altro uomo.

I pedinamenti, le perquisizioni, gli arresti, le descrizioni di ambienti degradati, le storie di persone ai margini o della Milano piccolo borghese o benestante, sono autentica testimonianza di vita e dei sentimenti che la attraversano. Non è semplice cronaca: è letteratura.

Lo stile narrativo si avvale in modo misurato delle varie tecniche spazio temporali e retoriche di cui lo scrittore fa uso nel thriller o nel poliziesco. Le azioni si snodano in modo concitato e lineare. Il ritmo è imposto dal lavoro quotidiano di una squadra che va a caccia di spacciatori sulle strade di Milano. Per questo motivo gli artifici retorici e narratologici si limitano a quelli che stanno dentro l’economia della storia.  Il linguaggio fonde magistralmente slang metropolitano e discorsi tecnici (compreso quello giuridico) senza alcun compiacimento stilistico… Angelo Langè riproduce e rielabora in un modo magistrale il linguaggio della strada facendolo diventare parte integrante dei singoli personaggi. Il suo è in un mix linguistico e stilistico vicino ai molteplici gerghi giovanili rielaborato in chiave narrativa. Ne conseguono un lessico e uno stile solo apparentemente semplici. Ciò che colpisce e affascina nell’io narrante del protagonista poliziotto è lo scorrere dei fatti basato su un ritmo di parole che s’intersecano a volte distorte e dissonanti in una prosa simile a una canzone rock, dura e coinvolgente assieme. Musicale è il termine che si confà alla prosa di Langè, essa è una canzone che affascina il lettore. Mi ha preso, l’ho letto d’un fiato, è il commento più frequente da parte di chi ha letto il libro. Il mondo della droga appartiene ormai a tutti in modo diretto o indiretto e quello che colpisce nei racconti di Langè è il coraggio di dare poche ma chiare risposte in una realtà contradditoria e poco decifrabile in cui tali risposte sono il frutto di molti dubbi e molte incertezze, a volte viziate dal politically correct e dall’ideologia, ma prive di comprensione vera. Il messaggio che il libro di Angelo Langè ci propone è che, in ogni caso, la droga ti fotte.

Giacomo Merlo